Il titolo, Leon, non è un vezzo linguistico ma una scelta precisa: è la forma dialettale veneta di "leone", termine che riporta immediatamente l'opera al proprio contesto geografico e culturale, quello delle mura medievali di Cittadella e del suo monumento al leone di San Marco, storico emblema della Repubblica di Venezia e della sovranità che per secoli quella terra ha rivendicato.
L'opera nasce e viene installata in un momento storico e politico ben preciso: la metà degli anni Novanta, quando in Veneto, come in tutto il Nord Italia, il consenso attorno alla Lega Nord, movimento politico dalle istanze autonomiste e in parte secessioniste, raggiunge uno dei suoi punti più alti. Il leone marciano, in quegli anni, non è più soltanto un residuo araldico della memoria veneziana: torna a essere issato a simbolo identitario, bandiera di un'appartenenza territoriale rivendicata con forza contro Roma e contro lo Stato centrale.
A Cittadella, in quel clima, circolava un detto popolare tanto crudo quanto rivelatore del sentire diffuso: "il leon che magna el teron”, il leone che mangia il terrone, riferito con toni sprezzanti alle popolazioni meridionali immigrate al Nord nei decenni precedenti, arrivate in cerca di lavoro nell'Italia del boom industriale e mai davvero integrate, nella percezione di parte della popolazione locale, nel tessuto sociale veneto. Un modo di dire feroce, che trasformava il simbolo civico e storico della città, il leone di pietra sulla porta medievale, in un'immagine di ostilità verso chi era percepito come straniero, pur essendo cittadino dello stesso Stato.
È in questo intreccio di memoria araldica, tensione politica contemporanea e pregiudizio popolare che Cavenago innesta il proprio intervento, agendo non a distanza ma direttamente sul corpo del monumento. Alla base del basamento, in prossimità delle ruote, l'artista colloca due piani inclinati, due rampe che assumono il ruolo di innesco narrativo dell'intera operazione: come se il monumento, una volta idealmente segato alla base e liberato dai tre gradini che da sempre lo innalzano e lo sorreggono, potesse finalmente scenderne, usando proprio quelle rampe come via di fuga, per intraprendere in piena autonomia una nuova strada. Una strada che, con un'ironia tagliente rivolta proprio al sentimento secessionista di quegli anni, potrebbe persino condurlo a Roma: il leone veneto, simbolo di un'identità che in quel momento storico chiedeva distacco dalla capitale, viene qui immaginato mentre lascia il proprio piedistallo non per allontanarsene, ma, semmai, per raggiungerla.
Il leone di Cittadella, in Leon, cessa così di essere un dato acquisito e immutabile della tradizione locale e diventa, attraverso l'intervento scultoreo, un oggetto instabile e persino un po' beffardo: pronto a scendere dal piedistallo su cui la storia e la retorica identitaria lo avevano fissato, e a percorrere, magari, la direzione opposta a quella che ci si sarebbe aspettati da lui.
L.B., 2018