Questa è la seconda redazione di Superfetazione a camme, realizzata due anni dopo la versione del 2001 per il Ridotto del Teatro Manzoni di Monza (acciaio, legno e acrilico giallo cadmio medio). Stesse dimensioni esatte, 180 × 125 × 120 cm, ma un impasto materico completamente diverso, legno e gomma al posto di acciaio e acrilico, e soprattutto un contesto espositivo che cambia radicalmente il senso dell'operazione.
La versione del 2001 nasceva come intervento parassitario su un elemento architettonico reale e preesistente: uno dei pilastri portanti del mezzanino del teatro, costruito negli anni Cinquanta, a cui la camma meccanica si aggrappava come un'aggiunta a posteriori, superfetazione nel senso più letterale del termine. Il pilastro era dato, storico, strutturale; l'artista si limitava a colonizzarlo con il proprio meccanismo. Ma una galleria privata come quella di Stefano Fumagalli a Bergamo, o uno spazio espositivo come quello di Ciampino, non offrono lo stesso tipo di elemento architettonico da aggredire: manca l'ospite, il pilastro storico su cui innestare il parassita.
Cavenago risolve il problema ricostruendo l'intero apparato da zero, non più come intervento su un'architettura esistente, ma come oggetto autonomo e trasportabile: il legno assume qui il ruolo che prima apparteneva al pilastro reale del teatro, fungendo da struttura portante costruita ex novo dall'artista stesso, mentre la gomma sostituisce l'acciaio e l'acrilico nella realizzazione della camma vera e propria, il meccanismo eccentrico che, spinto da chi visita la mostra, trasforma il moto rotatorio in oscillazione.
È un passaggio concettualmente significativo: da un'opera site-specific, che dipendeva per la propria stessa esistenza da un'architettura storica reale da colonizzare, a un'opera portatile, capace di ricreare in autonomia sia il sostegno sia il parassita che lo abita, sia l'ospite sia l'organismo che vi si è depositato sopra. La gomma, materiale più morbido e più immediatamente associato al mondo industriale delle guarnizioni e degli ammortizzatori, restituisce inoltre alla camma una texture sensibile al tatto diversa da quella fredda e levigata dell'acciaio, forse più adatta a un oggetto che ora deve reggersi da solo, senza l'appoggio di una parete storica a cui aggrapparsi.
Le due redazioni, lette insieme, mostrano ancora una volta quanto per Cavenago il concetto preceda e sopravviva alla propria prima incarnazione materiale: la stessa idea di superfetazione meccanica, nata come intervento critico su un'architettura reale, viene qui riformulata come oggetto scultoreo indipendente, capace di portare con sé, ovunque venga esposto, sia il sostegno che dovrebbe restare fermo sia il meccanismo che lo tradisce.