Umberto Cavenago

Contenitore (con linea di fuoco e corna di renna), 1985

Legno, piombo, corna di renna e resistenza elettrica

230 × 60 × 60 cm

Contenitore (con linea di fuoco e corna di renna)

Un telaio da pittore rivestito di piombo

L'opera è un parallelepipedo a base quadrata, alto quanto una persona, costruito interamente in listelli di legno. Una delle quattro facce verticali è costituita da due ante, anch'esse a telaio. È una scatola, ma è una scatola dichiarata: la carpenteria di legno resta a vista, e la sua logica è quella, riconoscibilissima, del telaio da pittore.
Il dato non è marginale, è il fondamento del lavoro. Ogni faccia è un telaio; al posto della tela, però, c'è una lamiera di piombo, inchiodata con gli stessi chiodini e la stessa cadenza regolare con cui si fissa la tela sul legno. La punteggiatura che corre lungo tutti i bordi è quella di un quadro. Cavenago prende l'apparato della pittura, lo moltiplica per quattro fino a farne un volume, e vi tende sopra il materiale più lontano possibile dalla tela: opaco invece che ricettivo, pesantissimo invece che leggero, impenetrabile alla luce invece che sua superficie di deposito. Il piombo, materiale con una vocazione protettiva verso ciò che riveste, fascia la struttura e la mostra solo in parte. Ciò che nella pittura è supporto qui diventa schermo; ciò che era destinato a ricevere un'immagine è destinato a impedirne una.

Le ante, la fessura, il segno di fuoco

Le due ante possono essere aperte, chiuse, oppure lasciate socchiuse: e socchiuse sono, in questa configurazione. Da quella fessura verticale ininterrotta si vede l'unica cosa che l'involucro non riesce a trattenere. All'interno corre un filo di nichelcromo portato all'incandescenza, una linea del metallo incandescente che percorre l'intera altezza del volume, illumina e nello stesso tempo scalda la struttura rivestita di piombo, e posa sul pavimento una scia di luce calda.
Il contenitore, dunque, contiene esattamente un segno di fuoco: non la fiamma, ma la sua evidenza. E lo contiene per scelta reversibile, perché la posizione delle ante è un parametro dell'opera e non un suo dato fisso. Aperta, chiusa o socchiusa, la scatola dice ogni volta una cosa diversa sul rapporto fra ciò che custodisce e chi la guarda; qui dice la più tesa delle tre, perché mostra abbastanza da non lasciar dubbi su cosa c'è dentro e non abbastanza da permettere di verificarlo.
C'è poi un fatto che nessuna descrizione formale può aggirare: il filo è percorso da corrente elettrica, la resistenza che lo accende produce calore reale, e l'opera è pericolosa. Non metaforicamente. Chi si avvicina lo capisce con la pelle prima che con gli occhi, e si ferma. La scultura stabilisce così un proprio perimetro di rispetto, una distanza che non è dettata dalla convenzione museale ma dalla fisica: è l'opera a decidere quanto vicino si possa stare, ed è la prima volta che nel lavoro di Cavenago il calore agisce come materiale scultoreo a pieno titolo, capace di modellare lo spazio attorno a sé.

L'antenna, la corrente, la vita provvisoria

Sulla sommità è collocato un palco di corna di renna. Le ramificazioni si aprono ben oltre la larghezza del volume che le sostiene e la parete alle spalle ne raccoglie l'ombra, che le raddoppia. All'ortogonalità del parallelepipedo, misurata e costruita, risponde una geometria cresciuta, irregolare, non progettata. Il palco funziona come un'antenna tesa fra terra, fuoco e cielo: capta e trasmette, e mette in comunicazione i tre registri che l'opera tiene insieme, il suolo su cui la scatola poggia, l'incandescenza che custodisce, lo spazio aperto verso l'alto.
Da questo accostamento nasce la doppia natura del manufatto. È animale e industriale nello stesso momento: le corna sono un residuo organico, ricordo dell'animale, della natura, degli elementi; il piombo, il legno inchiodato, il cavo resistivo e il trasformatore appartengono al lessico della fabbrica e dell'impianto. L'una cosa non addolcisce l'altra, e non c'è sintesi: convivono nello stesso oggetto e ne fanno una figura ibrida, a metà fra il totem e l'apparecchio.
Il punto in cui le due nature si toccano è l'alimentazione. Questa scultura vive finché è collegata. Il suo calore, la sua luce, la sua stessa pericolosità dipendono da una spina, cioè da una condizione storica precisa: la corrente elettrica disponibile ovunque, ovvietà della civilizzazione. È una vita provvisoria, appesa alla contingenza del presente, e il contrasto con il palco di corna che la sormonta, memoria di una natura che non ha bisogno di essere alimentata, non potrebbe essere più netto. La renna sopra, la rete elettrica dentro: fra le due, un involucro di piombo che protegge, scalda e tiene a distanza.
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