Cyber discende direttamente da Senza titolo in A4 (2007): stessa famiglia dimensionale, stessa appartenenza al gruppo di piccoli volumi pensati per la parete, con le ruote che non toccano il pavimento ma appoggiano contro la superficie verticale del muro. Ma dove Senza titolo in A4 si limitava a tradurre in acciaio, senza alcuna variazione, il puro formato standard del foglio (un parallelepipedo a base rettangolare regolare, fedele nelle proporzioni alla misura burocratica del foglio A4), Cyber introduce una deformazione precisa di quella stessa regolarità.
Il corpo non è più un parallelepipedo a sezione costante, ma un volume rastremato, che si assottiglia progressivamente lungo il proprio sviluppo, quasi a voler suggerire un profilo aerodinamico. È un dettaglio che cambia il senso dell'intera operazione. Se Senza titolo in A4 dichiarava, nel proprio rigore geometrico, l'origine puramente amministrativa e standardizzata della propria forma, Cyber introduce nella stessa misura di partenza un'allusione alla velocità, al movimento, alla resistenza all'aria: le stesse qualità che un vero veicolo dovrebbe possedere per muoversi efficacemente, e che qui restano pura suggestione formale, dal momento che l'oggetto, appeso a parete con le ruote premute contro il muro, non potrà mai sperimentare realmente l'aerodinamicità che la sua sagoma promette.
Il titolo stesso, Cyber, rafforza questa tensione tra forma e funzione negata. Evoca un immaginario tecnologico, quasi fantascientifico, di velocità e efficienza "cyber", che il piccolo volume d'acciaio smentisce nella sostanza, restando immobile e appeso, un profilo scattante condannato all'immobilità della parete. È la stessa logica di scarto tra promessa e realtà già vista in Gru: un nome che dichiara una funzione, una forma che ne suggerisce l'efficienza, e una condizione fisica che nega, punto per punto, ogni possibilità reale di quella prestazione.