È un'opera che va letta come atto di fondazione più che come episodio isolato: appartiene alla serie dei "contenitori" con cui Cavenago, negli anni Ottanta, imposta per la prima volta un problema che attraverserà tutta la sua ricerca successiva, quello del movimento non come proprietà autonoma dell'opera, ma come evento condizionato dalla presenza e dal gesto di chi guarda. I contenitori di quegli anni venivano infatti esposti semichiusi: involucri che non si offrivano mai del tutto, ma trattenevano il proprio contenuto in una soglia di visibilità parziale, destinata a completarsi solo se il pubblico compiva l'azione di aprirli. Il movimento, qui, non è ancora meccanico né cinetico in senso proprio, non ruote, non rulli, non scorrimento, ma è già relazionale: l'opera si comporta come una soglia, e la sua apertura è un atto che l'artista delega, letteralmente, allo spettatore.
All'interno di questo involucro, dalla forma allusiva a qualcosa di organico più che geometrico, quasi un baccello, una crisalide, un organo protetto da un guscio, Cavenago sperimenta cromie e assemblaggi con materiali di natura eterogenea e fortemente connotata: la fibra ceramica, materiale isolante e refrattario mutuato dall'ambito industriale; il piombo, pesante, opaco, storicamente materia di protezione e di schermatura; il legno, elemento strutturale più tradizionale. È un vocabolario materico che anticipa, in nuce, l'attenzione che l'artista riserverà negli anni successivi ai materiali "di fabbrica”, non decorativi ma funzionali, prelevati dal mondo della produzione industriale e reimpiegati in ambito scultoreo.
L'elemento più significativo, però, è il filo di nichelcromo incandescente che attraversa l'involucro, alimentato da un trasformatore elettrico. Il nichelcromo non è qui un semplice segno luminoso, ma un elemento a doppia natura: da un lato genera calore, riscaldando l'intero involucro dall'interno, dall'altro produce punti di luce visibili nei punti di maggiore incandescenza. Il calore diventa così, esso stesso, materiale dell'opera, non un effetto collaterale del dispositivo elettrico, ma un ingrediente scultoreo a pieno titolo, percepibile con un senso diverso dalla vista: il tatto, la temperatura, la prossimità fisica. È un allargamento del campo sensoriale dell'opera d'arte che nel 1986 anticipa in modo sorprendente questioni che diventeranno centrali solo più tardi nel dibattito sull'arte processuale e partecipativa: l'opera non si limita a essere vista, ma si fa sentire, letteralmente, attraverso il calore che irraggia.
Letta a ritroso, alla luce di tutto il percorso successivo dell'artista, Contenitore con segni di fuoco appare come un piccolo laboratorio dove si annunciano già molti dei temi che Cavenago svilupperà nei decenni seguenti: la soglia tra chiuso e aperto, tra dentro e fuori; il ruolo attivo, quasi performativo, richiesto allo spettatore perché l'opera si compia; l'uso di materiali e componenti tecnici (un trasformatore elettrico, un cavo resistivo) mutuati dal mondo industriale e reimpiegati come strumenti espressivi; e infine l'idea, che diventerà quasi una firma, che l'energia, elettrica, termica, cinetica, persino economica come nei lavori più tardi sul denaro, sia sempre un materiale scultoreo a pieno titolo, non meno concreto dell'acciaio o del legno.
L.B., 2018